30 maggio 2013

LE FEMMINISTE CONTRO LE FEMEN (VIDEO)

Le femministe contro le Femen 

In Francia le Antigoni accusano il più noto gruppo in difesa delle donne 
In Francia catturano attenzione le manifestazioni e i comunicati del gruppo di attiviste, denominate Antigoni, nato per denunciare il femminismo praticato dalle ragazze di Femen. Con volantini e messaggi video, avvolte in vesti bianche, le Antigoni denunciano i “metodi totalitari e manipolativi” della più nota organizzazione sorta in Ucraina. NO AL MARKETING CON IL CORPO – Le Antigoni criticano in particolare l’utilizzo del corpo femminile come strumento di marketing, chiedono che venga rispettato il diritto e il dovere fondamentali a “essere donne nel diritto”, sostengono la “legittimità della legge naturale” in linea con il pensiero cattolico che si oppone al riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali. Le nuove attiviste escludono ogni sorta di affiliazione ai movimenti nazionalisti di estrema destra e fanno sapere di desiderare che la dignità della donna non passi attraverso “l’esibizionismo e l’isteria”. “Noi ci opponiamo alle Femen che, come cani da guardia, sono agli ordini di un’ideologia che mina le fondamenta della nostra società e si fa beffa dei nostri valori”, hanno dichiarato in una recente nota.INFILTRATE – Una delle Antigoni, soprannominata Iseul, che si sarebbe infiltrata nell’organizzazione Femen, ha denunciato il fatto che attiviste straniere e ricchi leader ingannano e reclutano “giovani donne francesi, semplici pedine” al solo scopo di “imporre valori che non sono naturali per la nostra società”. Riunitesi a Parigi per manifestare contro le Femen, sabato scorso le Antigoni sono state fermate da un rilevante dispiegamento di forze dell’ordine in tenuta anti-sommossa. 
il video                        

GERMANIA: I VERDI SCELGONO UN ESPERTO PER CHIARIRE SULLA PEDOFILIA

Germania: i Verdi scelgono un esperto per chiarire sulla pedofilia 

A pochi mesi dalle elezioni federali, in Germania i Verdi corrono ai ripari sulla vicenda pedofilia. Gli ecologisti tedeschi hanno scelto un esperto per fare luce sulle accuse secondo le quali membri del partiro avrebbero voluto legalizzare la pedofilia negli anni Ottanta.
Lo scandalo è tornato alla ribalta negli ultimi tempi anche attraverso la stampa, che ha citato documenti emersi dagli archivi del partito.
Coinvolto dalla polemica è anche Daniel Cohn-Bendit e un libro del 1975 nel quale il co-fondatore e icona del movimento ecologista – all’epoca educatore – evoca incontri erotici con bambini in una serie di affermazioni che lo stesso eurodeputato ha di recente detto di essersi inventato per provocazione.
“È un errore e ci pentiamo profondamente che sia successo, che questi dibattiti abbiano avuto uno spazio nel nostro passato – ha detto la coordinatrice politica dei Verdi Steffi Lemke -. Per ora possiamo dire solo questo e perciò abbiamo chiesto l’aiuto di un esperto indipendente per indagare nel dettaglio”.
Sarà ora un noto scienziato politico tedesco a indagare e appurare la fondatezza delle accuse – che includono anche quella di legami con associazioni favorevoli alla legalizzazione del sesso con i minori – per fare chiarezza su un capitolo controverso che rischia di cambiare la direzione della corsa elettorale di un partito oggi col vento in poppa.

ROMA 16 ENNE SI LANCIA DALLA FINESTRA DELLA SCUOLA X DERISO

Roma, sedicenne si lancia dalla finestra
della scuola. «Deriso dai compagni
perché gay, non capito dal padre» 

Tragedia all'Istituto Tecnico Nautico a Marconi. Il giovane aveva scritto su Facebook: la faccio finita 
ROMA - A spingerlo al suicidio le prese in giro dei compagni di scuola e anche le forti incomprensioni con il padre che non accettava la sua omosessualità. Queste le motivazioni, scritte anche sulla sua pagina di Facebook, alla base del tentato suicidio di questa mattina di una ragazzino romeno di 16 anni che si è gettato nel vuoto dalla finestra della classe in via Pincherle, a Marconi, all’Istituto Tecnico Nautico. Il minore è volato dall’aula durante una lezione al terzo piano, il punto più alto dell’edificio scolastico. E’ finito nel cortile interno sopra una microcar che ha attutito la caduta. All’inizio le sue condizioni sembravano molto gravi. Un’ambulanza l’ha trasportato al San Camillo dove al pronto soccorso è entrato in codice rosso. Ora la situazione è sotto controllo e il sedicenne è fuori pericolo. E’ la polizia ad indagare sulle motivazioni che hanno spinto lo studente romeno a cercare di farla finita. I compagni di scuola avrebbero confidato agli agenti che il sedicenne era preso in giro a scuola per il suo orientamento omosessuali. Il minore subiva una grossa frustrazione e sofferenze per questo stato di cose. Ma oltre le derisioni scolastiche vi sarebbero anche forti tensioni famigliari. Il padre dello studente, sempre secondo gli investigatori, non riesce a farsene una ragione dell'orientamento sessuale del figlio e spesso si sono verificati grossi litigi fra i due. Il sedicenne ha scritto sulla sua pagina di Facebook l’intenzione di farla finita, dedicando un messaggio alla madre, l’unica che lo comprende.

AL VIA LA CAMPAGNGNA CONTRO L'ABBANDONO E L'INFANTICIDIO

Al via la Campagna contro l’abbandono e l’infanticidio 

Si è svolta, presso il Circolo Canottieri Aniene, la conferenza stampa per la presentazione della Campagna d'Informazione "Il cassonetto non è una culla" 
Le Associazioni Salvamamme/Salvabebè e Happy family Onlus hanno promosso e presentato la Campagna d’informazione e divulgazione sulla possibilità di partorire in anonimato in ospedale, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), l’ATAC, il CONI, la Y&R.
Non si butta così una vita”: questo il titolo della Campagna che sarà veicolata nella Capitale da tutti gli autobus di Roma, migliaia di passeggini e carrozzine, i motociclisti delle Associazioni delle Forze dell’Ordine e circa 700 taxi.
“Abbiamo già predisposto - dichiara la dott.ssa Gabriella Sisti, Pres. di ANCI Donna Lazio - un fac-simile di delibera di Giunta, affinché tutti i Comuni della Regione possano contribuire a divulgare questo importante messaggio, e affinché le mamme trovino un punto di riferimento prima di ricorrere all’odioso e disperato gesto di gettare il proprio bambino nel water, come è successo purtroppo in questi ultimi giorni. Noi speriamo che non si ripeta più!”
La dott.ssa Maria Grazia Passeri, fondatrice e Presidente di Salvamamme/Salvabebè ci conferma che “c’è una grande recrudescenza di neonati rinvenuti per strada, purtroppo anche morti. Quest’anno siamo già a nove casi e sono passati solo cinque mesi dall’inizio dell’anno. Rilanciamo quindi il numero verde dell’Umberto I, che ha salvato tante piccole vite in questi anni”.
Intervenuto all’evento anche il dott. Gianfranco Nirdaci, Pres. di Happy Family Onlus, associazione presente  con iniziative di solidarietà anche all’interno dell’Umberto I, in cui ha contribuito ad allestire diverse ludoteche per pazienti più piccoli. “Il momento della nascita di un bambino - commenta Nirdaci  -rappresenta il proseguimento della vita di tutti noi, rappresenta la famiglia. Ci siamo impegnati a sostegno di quel colosso che è Salvamamme e Salvabebè  perché vogliamo alzare il livello dell’attenzione su un problema sociale gravissimo, che pensiamo coinvolga tutti”.
Proprio su questo punto, la dott.ssa Passeri interviene ancora, parlando della necessità di una “vaccinazione collettiva”, perché il concetto di poter svolgere il parto in totale anonimato, presso tutte le aziende ospedaliere, deve penetrare a tutti i livelli della società. “Se c’è soltanto un problema di povertà  - aggiunge - una mano noi la diamo, e se si tratta di partorire in anonimato, si capisca che è assolutamente possibile per chiunque”.
Il numero verde Salvabebè 800.28.31.10, istituito presso il Reparto di Patologia Neonatale del Dipartimento di Pediatria dell’Umberto I, risponde a diverse chiamate d’aiuto. Il Maurizio Gente, Responsabile del Servizio di Trasporto di Emergenza Neonatale (STEN) , ci spiega che si tratta di un numero operativo 24 ore su 24, con personale e attrezzature dedicate specificatamente per la rianimazione neonatale.
“Noi rispondiamo da dieci anni - ci racconta il dott. Gente - cerchiamo di dare tutto il conforto possibile alle mamme e lavoriamo soprattutto per prevenire l’infanticidio e l’abbandono. Salvare un bimbo rinvenuto a seguito di una segnalazione è uno dei nostri compiti fondamentale ma la prevenzione è ciò su cui noi puntiamo maggiormente”.
In qualità di Responsabile Scientifico di Salvabebè/Salvamamme, la prof.ssa Rosanna Cerbo ci spiega che “in dieci anni di attività il numero Salvabebè dell’Umberto I è stato fondamentale per moltissime mamme che  abbiamo potuto aiutare ad aiutare se stesse e il proprio bambino”.

CINA NEONATO GETTATO NELLO WAERT APPENA NATO :RESTA VIVO

Cina: neonato gettato nel water appena nato: resta vivo nello scarico, salvato 

E' stato gettato nel water appena nato ed è sopravvissuto, incastrato in un tubo di scarico di appena 10 centimetri di diametro, facendo sentire la sua presenza con vagiti che hanno allertato gli inquilini del palazzo e fatto scattare una difficile operazione di salvataggio che si è conclusa con successo. E' quanto accaduto in un condominio nella provincia orientale dello Zhejiang, in Cina,
Lo riporta il China Daily spiegando che il piccolo - due giorni di vita e 2,3 chilogrammi di peso - è stato trovato dai vigili del fuoco nella colonna di scarico al quarto piano di un palazzo di Jinhua, dove era arrivato probabilmente gettato in un water. E' stato uno degli inquilini a rendersi conto della presenza del bambino e, allarmato dai vagiti, ha chiamato i pompieri che hanno dovuto lavorare non poco per liberarlo dal tubo di 10 centimetri di diametro. Il piccolo è ora in ospedale dove è in condizioni stabili, nonostante gravi contusioni.Al bambino è stato dato il nome di 59, dal numero della sua incubatrice. L'episodio risale a sabato scorso, ma solo oggi se ne avuta notizia, con le immagini del recupero che stanno facendo il giro della rete. Molti anche i commenti, l'indignazione e le richieste di dure punizioni nei confronti dei genitori del piccolo.

ANCHE I CENTRI ANTIVIOLENZA SULLE DONNE DIVENTANO UN BUSINESS

Regione Lombardia, anche i centri antiviolenza sulle donne diventano un business 

Con le grinfie di un falco e la grazia di una colomba oggi s’è appioppata nella mail Sara news, un fulmine, uno choc, uno show, o meglio una newsletter a colori e dolori per Maroni e la sua giunta. Sara Valmaggi è la vicepresidente del consiglio regionale, s’è presa la carica più dannata dello Stivale e adesso ci delizia scagliando frecce avvelenate attraverso il Web. E aggredisce subito l’inferno padano (la nostra Siberia), la Lombardia nera di smog e di torbidume pirellonico con una questione diabolica. Possono i centri anti-violenza a tutela delle donne trasformarsi nel solito business regionale? Sara Valmaggi racconta una cupa storia di voucher e della libertà di scelta fra gestori diversi. Questi regionali, innanzitutto l’assessore alla sanità Mario Mantovani fiutano forse l’affare della creazione di centri antiviolenza cattolici per far concorrenza a quelli creati dalle donne liberamente? C’è da aspettarsi di tutto dai regionali. Meglio però leggere Sara Valmaggi, ecco uno dei messaggi contenuti nella sua newsletter. Che conferma il dubbio nei suoi tratti essenziali!
Per essere efficaci le politiche di contrasto alla violenza di genere devono essere integrate. Il piano regionale per il welfare, approvato dalla giunta il 21 maggio scorso, pone fra i propri obiettivi il contrasto alla violenza di genere, indicando fra le priorità anche l’apertura di nuovi centri antiviolenza. L’obiettivo è certamente apprezzabile ma gli strumenti messi in campo per raggiungerlo non sono condivisibili. Si ipotizza infatti una modalità di finanziamento tramite voucher. Quello che serve è prima di tutto finanziare i centri che già ci sono, e che finora si sono autofinanziati, anche con grandi difficoltà. Quello che è fondamentale è applicare la legge già in
vigore, ma ad oggi non ancora finanziata, sulla violenza sulle donne e trovare modalità di coordinamento per rafforzare la rete informale già esistente sul territorio. E’ questo l’unico modo per sostenere le donne vittime di violenza e prevenire la diffusioni dei reati.

PEDOFILIA E ABUSI ZANARTO SE MENTO MI "QUERELI"

Pedofilia e abusi sessuali nel clero, Zanardi: “Vescovo Lupi, se mento mi quereli!”  

Normalmente sembra che nulla possa mai cambiare, che esista un destino ostile, oppure agiscano poteri inarrestabili. La pedofilia non è mai stata combattuta ed estirpata dalla Chiesa con gli strumenti della legge, la quale non pare in alcun modo poter intaccare un dominio cui la debolezza umana offre null’altro che sottomissione. Le parole di Erasmo da Rotterdam concludono il messaggio video con cui Francesco Zanardi, portavoce della Rete l’Abuso, sfida il vescovo di Savona e Noli: “Se mento, lei mi quereli”. Il grande umanista riteneva che i folli potessero cambiare il mondo. Zanardi tuttavia non fa annunci né declama princìpi: racconta la sua storia, simile a quella di altri, delle vittime di abusi sessuali da parte del clero. Racconta e mostra nel filmato i documenti e chiede giustizia per le vittime. Alla fine apparire l’invito a firmare una petizione rivolta a papa Francesco. Le vicissitudini di Zanardi sono reali eppure sconvolgono la percezione abituale della Chiesa cattolica, dominatrice dei massmedia. Per questo La Rete l’Abuso procede solo mostrando documenti, assistita da avvocati competenti. Non è una lotta contro la religione, il senso religioso o i Vangeli, ma senza dubbio per la giustizia, dato che Città del Vaticano segue procedure proprie assai difformi da quelle degli Stati di diritto. I preti vengono trasferiti dai vescovi, non denunciati, nemmeno quando a distanza di anni vengono condannati dalla Giustizia. Francesco Zanardi sorride durante il racconto, il tono è chiaro, ha qualcosa di sarcastico. È la storia della sua vita e di altri, fra mille guai, sorprese, storture, apparenti stranezze e assurdità. L’ha raccontata molte volte ma ora aggiunge nuovi dettagli inquietanti, nuovi particolari. Tanti luoghi comuni sulla Chiesa vanno in frantumi. Quest’uomo chiede giustizia per molte vittime. 

IL VIDEO   

29 maggio 2013

VIDEO PORNO CON MINORENNI VENDUTI SUL WEB ALLA SBARRA UN VENTENNE

Video porno con minorenni venduti
sul web: alla sbarra un ventenne 

Lo scorso anno era stato pizzicato dalla polziia postale:
a carico del giovane le pesanti accuse di atti di pedofilia 

BOLZANO - È iniziato il processo a carico di un giovane di 20 anni di Bolzano: il procedimento si è aperto a Trento per pedofilia. È finito nella rete degli inquirenti grazie ai controlli in internet della polizia postale di Bolzano che riuscì ad individuare lo scaricamento di materiale video ed audio da siti proibiti. In un primo tempo, era stato accusato di violazione del codice penale in relazione alla detenzione di materiale audiovisivo di carattere pedofilo. Poi, a seguito di indagini specifiche che hanno coinvolto anche la direzione distrettuale antimafia di Trento, la posizione del ragazzo si è aggravata.
Il bolzanino è infatti accusato di sfruttare minorenni al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico. Era stata proprio la polizia postale di Bolzano ad accorgersi che i filmati di cui l'indagato era stato trovato in possesso vedevano lo stesso giovane tra i protagonisti. I fatti risalgono all'anno scorso quando il giovane in questione aveva 19 anni. Secondo l'accusa il ragazzo avrebbe indotto alcuni minorenni ad accettare le sue proposte per atti sessuali. Proprio in queste fasi il ragazzo avrebbe girato con una piccola telecamera le immagini che poi avrebbe messo a disposizione in rete.

NONNI ORCHI NIPOTINI VIOLENTATI E VENDUTI A AMICI

Nonni orchi:
Nipoti violentati
e venduti a amici 
 

Li avrebbero, secondo le accuse,  violentati, venduti per pochi euro ad amici e conoscenti, fotografati durante questi incontri, segregati in casa e ridotti ad essere dei piccoli schiavi del sesso. Un bambino di sette anni e la sorellina di otto sono le vittime di questo ennesimo caso di pedofilia tra le mura domestiche. Si’, perche’ gli ”orchi” che, sempre secondo gli investigatori,  li costringevano a subire abusi di ogni genere erano i nonni dei due fratellini.
A mettere fine a questa incredibile storia di violenze e’ stata la polizia, che ha arrestato a Messina i due coniugi, lui di 65 anni e lei di 50, insieme a un loro complice di trent’ anni. Le accuse nei loro confronti sono pesantissime: oltre alla violenza sessuale nei confronti dei minori vengono infatti contestati i reati di pedopornografia e riduzione in schiavitu’. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere  e’ stata emessa dal gip del tribunale di Messina Maria Vermiglio su richiesta del pm Liliana Todaro.
L’inchiesta, scattata in seguito alle segnalazioni dei docenti della scuola e dei servizi sociali, ha messo in luce lo stato di miseria e di profondo degrado in cui vivevano i due fratellini, affidati ai nonni materni dopo la morte della madre perche’ il padre aveva problemi di droga. A cominciare dall’ abitazione fatiscente del centro storico di Messina, priva dei piu’ elementari requisiti igienico sanitari, dove abitava la famiglia. E’ questo lo scenario che avrebbe fatto da sfondo a violenze continue e ripetute. Secondo gli investigatori, i piccoli sarebbero stati costretti per diverso tempo dai nonni e dall’uomo di trent’anni, conoscente della coppia, ad avere rapporti sessuali completi. I due coniugi avrebbero inoltre ”offerto” i nipotini, in cambio di denaro, anche ad altre persone, scattando delle foto durante gli abusi.
Le indagini sono state avviate nel 2009 quando i due fratellini manifestarono disagi comportamentali rilevati prima dagli insegnanti della scuola che frequentavano e poi dagli assistenti sociali. Dopo queste segnalazioni, nel corso di una serie di incontri con alcuni psicologi, i due bambini hanno cominciato a confidarsi rivelando a poco a poco gli abusi che avevano subito. Violenze poi confermate anche dagli esami medici. Oggi gli arresti che hanno portato in carcere quegli ”orchi” cattivi, come li descrivevano i fratellini nei loro racconti

I NEGAZIONISTI DEL FEMMINICIDIO ARTICOLO DI LOREDANA LIPPERINI CHE FACCIAMO NOSTRO

I negazionisti del femminicidio – Un articolo di Loredana Lipperini che facciamo nostro. 

I negazionisti del femminicidio.
Riporto un articolo che tante di voi ci hanno segnalato. Non ha bisogno di commenti, da parte nostra vista la completezza dell’analisi. Leggetelo con attenzione, grazie.AUTRICE DELL’ARTICOLO: LOREDANA LIPPERINI.
Fabrizio Tonello, Davide De Luca, “Daniele”, Sabino Patruno. Sono, nell’ordine, un docente di Scienza dell’Opinione Pubblica, un giornalista a cui “piacciono i numeri e l’economia”, un laureato in filosofia che scrive per Vice e un notaio.
Cos’hanno in comune è presto detto: una serie dei pubblicati a distanza ravvicinata e decisamente simili nei contenuti, nelle conclusioni e nel commentarium, nei quali dichiarano il femminicidio vicenda montata mediaticamente e fondata su numeri sbagliati. Ci sono, naturalmente, varianti nei toni usati: da quelli gelidi di Tonello nel distinguere l’assassinio di una donna dallo sfregio con l’acido (“dalla tomba non si esce, dall’ospedale sì”), a quelli sprezzanti di De Luca, passando per l’esposizione dotta di Patruno fino alla “bava alla bocca” delle “neofemministe” evocata con compiacimento da Davide-Quit the doner.
Cosa altro hanno in comune questi post, a livello generale? La sensazione che, tutti, si rivolgano a interlocutori che hanno le sembianze di spettri, e che quegli spettri esistano solo nella loro testa, si tratti di giornalisti distratti, politici occhiuti, femministe, appunto, bavose. Non donne e uomini reali, ma caricature. Come se la denuncia del femminicidio venisse da un soggetto unico, che è facile incarnare nel vecchio stereotipo della femminista arrabbiata, livorosa, profittatrice, isterica, bisbetica. Le argomentazioni, infatti, non vengono quasi mai riferite a chi le ha effettivamente usate: si denuncia all’ingrosso complottismo, uso sbagliato o addirittura truffaldino dei dati, voglia di sensazionalismo, senza mai fare nomi e cognomi; come se tutte e tutti coloro che si sono occupati e si occupano del tema fossero indistintamente accomunati da intenzioni subdole, ignoranza, protervia, isteria, ricerca affannosa di un attimo di celebrità.
Veniamo al punto. Le argomentazioni statistiche usate dal drappello sono quattro.
a. Il numero di donne uccise è costante negli anni e l’incremento percentuale è dovuto al fatto che vengono uccisi sempre meno uomini, per cui il femminicidio non esiste;
b. In Italia le morti di donne sono di molto inferiori alla media internazionale, quindi il femminicidio non esiste;
c. Dalla combinazione incestuosa di a. e b., discende la variante forse più stupefacente di negazionismo statistico: siccome la frequenza delle donne uccise registra dei minimi – nel tempo e nello spazio – che si collocano attorno al valore di 0,5 casi l’anno ogni 100.000 abitanti, se siamo in prossimità di quel valore (e in Italia lo siamo) abbiamo raggiunto il “minimo fisiologico” e possiamo essere sereni;
d. I dati non sono attendibili in quanto raccolti in modo non scientifico, quindi il femminicidio non esiste;
Le argomentazioni “politiche” sono invece tre:
1. Non esiste un’emergenza femminicidio, si tratta di un fenomeno a bassa intensità costante nel tempo e anzi in calo;
2. E’ stato fatto del mero sensazionalismo, creando la percezione di una escalation che i dati non confermano e anzi smentiscono;
3. Non ha senso chiedere leggi più severe per gli omicidi derivanti da questioni di genere, perché la vita di una persona non è più preziosa di quella di altre persone.
La cosa che impressiona è che il drappello dice cose molto simili a quanto sostenuto da Michela Murgia e da me, ma arrivando a conclusioni opposte. Certo, i dati sono pochi e confusi, perché non esiste un’indagine statistica dedicata. Certo, bisogna porre la massima attenzione quando i numeri vengono forniti. Certo, le leggi repressive non hanno senso né utilità (ne ha invece il lavoro culturale e di formazione, la moltiplicazione dei centri antiviolenza e il loro finanziamento). Certo, se il femminicidio fosse un’emergenza contingente potrebbe essere studiato e circostritto, ma il femminicidio è fenomeno endemico e drammatico. E, certo, i numeri ci dicono che altrove si uccide di più. Per chiarezza, ecco un passo da L’ho uccisa perché l’amavo:
“ Gli statistici improvvisati vanno, abitualmente, in cerca di rapporti, specie le statistiche dell’Onu sull’omicidio (UNODC homicide statistics) grazie alle quali si può sottolineare che si ammazza di più in Nord Europa, ma guarda, proprio nei paesi più emancipati e dove le donne sono più libere, e dunque la percentuale di morte è in Norvegia il 41,4% in Svezia e Danimarca il 34,5% in Finlandia il 28,9%, in Spagna il 33,1% in Francia il 34,5%; in Giappone il 50%, negli USA il 22,5%. Contro il 23,9% dell’Italia. Dunque, ci vien detto, se in Italia le vittime di sesso femminile non arrivano al 25%, è logico e conseguente che a morire siano soprattutto i maschi, che dunque vanno considerati le vere vittime. (…)
Ma guardiamoli bene, i dati che riguardano il nostro paese. Nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre che le donne uccise sono passate dal 15,3 per cento del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6 del 2006-2008. Peraltro, la maggior parte delle vittime si registra nel ricco e sviluppato (e, certo, più popolato) nord: dove, nel 2008, ultimo anno disponibile, le vittime di sesso femminile sono state il 47,6 per cento, contro il 29,9 per cento del sud e il 22,4 del centro. In poche parole, se il numero cresce, ed è sempre quel tipo di omicidio, la crescita è il fenomeno, e non il numero, che è effettivamente tra i più bassi al mondo. Significa, per essere più precisi, che se le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69 , i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In altre parole ancora, mentre gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa, i delitti passionali sono cresciuti del 98 per cento. Inoltre. Se si guarda la tabella relativa ai rapporti di parentela fra autori e vittime di omicidi commessi in ambito familiare in Italia fra il 2001 e il 2006, nel 66,7 per cento dei casi (due donne su tre) è il coniuge, il convivente o il fidanzato maschio ad uccidere la propria compagna. Infine, se in assoluto sono i maschi a essere vittime maggiori di omicidio volontario, si nota però, che mentre le donne erano il 15,3 % nel 1992, sono arrivate a essere il 26 nel 2006.
Ancora. Nel Rapporto sulla criminalità e sicurezza in Italia 2010, curato da Marzio Barbagli e Asher Colombo per Ministero dell’Interno − Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Fondazione ICSA e Confindustria, i risultati sono così sintetizzati: “Rispetto alla fase di picco del tasso di omicidi, negli anni Novanta, oggi la quota di donne uccise è straordinariamente cresciuta. Nel 1991 esse costituivano solo l’11% delle vittime di questo reato, ma oggi superano il 25%. In Italia, quindi oltre 1/4 delle vittime è donna. La crescita dipende da una relazione ben nota agli studiosi, per la quale la quota di donne sul totale delle persone uccise cresce al diminuire del tasso di omicidi. Questo accade perché, mentre il tasso di omicidi dovuto alla criminalità comune e a quella organizzata è molto variabile, gli omicidi in famiglia − la categoria in cui le donne sono colpite con maggiore frequenza − è invece più stabile nel tempo e nello spazio””
Cosa dicono, invece, i negazionisti? Offrono una costruzione sillogistica inconsistente, per cominciare: sostenere che il femminicidio non esiste perché il numero resta fisso, abbiamo un numero di donne morte inferiore alla media e i dati non sono attendibili non ha consequenzialità logica. Diremmo forse che la mafia non esiste, in base alla constatazione che ormai il numero di morti ammazzati è costante da anni, c’è scarsità di dati e la mafia russa ammazza molta più gente? Quanto al “minimo fisiologico”, colpisce che chi bacchetta l’atteggiamento non scientifico di altri ricorra a sua volta a una vera e propria fola: chi l’ha certificato, questo minimo fisiologico? Sulla base di quali evidenze scientifiche? Facciamo un parallelo: si parla molto di malasanità; mentre l’OCSE colloca il nostro sistema sanitario addirittura al secondo posto dietro quello francese, e soprattutto lo attestano i fatti, con una durata media della vita degli italiani che è seconda solo a quella dei giapponesi. Nonostante questo, tutti i giorni negli ospedali italiani si muore, e non per malattia: si muore per infezioni ospedaliere, per errori medici, per guasti alle attrezzature vitali. Considerando le prestazioni erogate ogni anno, che sono milioni, si potrebbe ben sostenere che gli episodi riportati dai giornali siano un “minimo fisiologico”, che stiamo bene così e nessun intervento è dovuto. Non c’è emergenza. Eppure, nessuno si sognerebbe di dire che è “fisiologico” venire ammazzati in ospedale, sia pur involontariamente; siamo tutti consapevoli che il famoso “minimo fisiologico” probabilmente esiste, ma nemmeno vogliamo conoscerlo (ammesso che sia possibile) e lo stesso pretendiamo che ogni sforzo venga fatto per spostare quel limite il più possibile verso lo zero. La domanda da un milione di dollari è: perché invece parlando di femminicidio tanta gente ritiene che ci si debba accontentare? Non è di vite umane, che stiamo parlando?
Venendo ai dati, vera e propria croce per chi voglia seriamente indagare questo fenomeno, i negazionisti perdono regolarmente l’occasione per sottolineare questa carenza e additarla per quello che è: un problema da risolvere, e non una comoda cortina fumogena utile per avvolgere tutto nella notte in cui tutte le vacche son nere. Dire che i numeri non vengono da una fonte autorevole è giusto; dire che sono sbagliati è un fatto che va dimostrato. I negazionisti non si rendono conto che proprio l’assenza di dati è un fatto in sé gravissimo. Non solo: quando Patruno (da cui sono nati gli altri post, evidentemente) sostiene che l’incidenza percentuale dei femminicidi (che aumenta a fronte di numeri assoluti calanti per gli omicidi di altra natura) conta “assai poco” e che a contare sono “i numeri assoluti e le dinamiche di questi numeri nel tempo”, fornisce un’interpretazione tutta sua, e per nulla scientifica. Le percentuali non dicono “assai poco”: dicono una cosa diversa e complementare rispetto alle frequenze assolute (che in statistica sono sinonimo di numero, n.d.r.), integrando l’informazione. In questo caso specifico potrebbero ad esempio dire che, avendo trovato il modo di ridurre certi tipi di omicidio ma non quello ai danni delle donne, è giunta l’ora di mettere in campo risorse specificamente destinate a questo scopo.
Risorse non significa leggi: la maggior parte delle persone e delle associazioni impegnate nella lotta alla violenza contro le donne non chiede leggi ad hoc, ma semplicemente la rigorosa applicazione delle normative esistenti e, soprattutto, la protezione delle donne che denunciano e il finanziamento di strutture in cui possano essere accolte e aiutate.
Ricapitolando: se abbiamo davanti un’incidenza percentuale che ci dice che, a differenza di altri delitti, il femminicidio esiste e non cala come gli altri crimini, se abbiamo davanti un’assenza di dati e di risorse, si dovrebbe concludere – e sarebbe logico farlo – che abbiamo un problema. Il drappello di fact-checker, invece, conclude che NON lo abbiamo.
Perché? Questa dovrebbe essere la domanda. Le risposte, come è ovvio, soffiano nel vento. Ma una cosa vorrei dire: comprendo che la razionalità (è davvero tale?) degli studiosi (quando sono degni della definizione, naturalmente, e non semplicemente aspiranti influencer) chiami alla freddezza anche quando una ragazzina di sedici anni viene bruciata viva dal fidanzato, ché a noi non interessa, ché l’emotività è roba da “opinione pubblica”. Eppure non è questo che chiediamo a chi studia. Non è questo che chiediamo a chi pronuncia parola pubblica, sapendo bene di usarla come un’arma e di usarla, nella gran parte dei casi, solo per chiamare a sé i riflettori in un momento in cui il dibattito è caldo. Che vengano, i riflettori: abbiateli. Ma almeno sappiateli usare per il bene di noi.
Per questo post un grazie di cuore va a quello che di fatto ne è l’autore, lo statistico Maurizio Cassi, e a Giovanni Arduino per aver suggerito il termine giusto per ribaltare quello, a rischio di abuso, di fact-checking: fact-screwing. Ovvero, incasinare i dati invece di analizzarli.

CONDANNATO A 10 ANNI IL MAESTRO PEDOFILO ARISTIDE MAZZA EPPURE

Condannato a 10 anni il maestro pedofilo Aristide Mazza, eppure….. 

10 anni. Questa la pena inflitta in primo grado e con rito abbreviato al maestro pedofilo di Palosco (Bg) arrestato in flagranza di reato.
14 gli anni che aveva chiesto il Pubblico Ministro.
Lui, assente durante il processo, ha inviato una lettera, ammettendo abusi su due bimbi e dicendo che pure lui è stato vittima di abusi quando era in Seminario (non facendo però il nome dell’abusante, a cui oggi supponiamo la Procura debba risalire, o no?!).
Non commento più di tanto. Ieri scrivevo che avremmo avuto sorprese ed il primo ad essere sorpreso sono io.
Il maestro è un intoccabile, un pària, di quelli che possono abusare l’importante è che i bambini “non disturbino e se ne stiano zitti”. Bambini come quelli che lui ha abusato ma che, citando le sue parole, erano loro a cercarlo, quindi…quindi se a questo aggiungiamo che poverino ha subito abusi da piccolo (è scientificamente negata l’equazione bimbo abusato = adulto pedofilo, altrimenti io avrei un coordinamento di duemila pedofili non di duemila persone straordinarie  moralmente pulite) e che come scrivono i giornali  garantisti citando la perizia fatta dal suo consulente “non è un predatore ma una persona malata”, che “ha educato almeno 2mila bambini e alla fine ne ha poi abusati solo 9”, capisco perché non sia in carcere ma ai comodi domiciliari. Di una canonica.
La stessa che magari ha chiuso le porte ai bambini….per non farli uscire….
Nota: E’ una lotta culturale….e c’è ancora tanto, tantissimo da fare per sradicare questo garantismo pedofilo dalla testa di qualcuno…

FACEBOOK LA BUFALA DELLO STATUS CHE PROTEGGE LA PRIVACY

Facebook, la bufala dello status
che protegge la privacy
  

ROMA - L'ultimo tormentone su Facebook non è un video spiritoso, né qualche foto piccante: è un messaggio di status, di quelli che chiunque può semplicemente pubblicare nella proprio bacheca o diario . Partito dagli Stati Uniti e giunto da poco anche in Italia, lo status virale parla di protezione della privacy, cita una legge statunitense e non è altro che la traduzione italiana di una “bufala”.
Lo status “magico”.
“Io, Tal dei Tali, dichiaro quanto segue: Qualsiasi persona o ente o agente o agenzia di qualsiasi governo, struttura governativa o privata, utilizzando o il monitoraggio di questo sito o qualsiasi dei suoi siti associati, non ha il mio permesso di utilizzare informazioni sul mio profilo, o qualsiasi parte del suo contenuto compaia nel presente, compreso ma non limitato alle mie foto, o commenti sulle mie foto o qualsiasi altra «immagine» pubblicata nel mio profilo o diario. Sono informato che a tali strutture è strettamente proibito divulgare, copiare, distribuire, diffondere o raccogliere informazioni o intraprendere qualsiasi altra azione riguardante o contro di me tramite questo profilo e il contenuto dello stesso. Divieti precedenti si applicano anche ai dipendenti, stagisti, agenti o qualsiasi personale sotto la direzione o il controllo di dette entità. Il contenuto di questo profilo è privato e le informazioni in esso contenute sono riservate al circolo di persone alle quali esso è destinato. La violazione della mia privacy è punita dalla legge. UCC - 1 - 308 - 1-103. Facebook è ora un'entità quotata in borsa. Tutti sono incoraggiati a pubblicare un bando come questo, o se preferite, è possibile copiare e incollare questa versione. Non pubblicare tale dichiarazione almeno una volta, indirettamente permette l'uso di oggetti quali immagini e informazioni nei vostri aggiornamenti di stato pubblici”.
La legge citata esiste, ma ovviamente non può essere applicata in Italia. Salvo precedenti accordi - infatti -, la proprietà intellettuale di una immagine o di un testo nasce con la creazione del prodotto stesso. Nel nostro Paese è la Siae a garantire la tutela del diritto di copia, che è, come ogni altro diritto di proprietà, cedibile: chiunque pubblichi testi, immagini o altri contenuti su Facebook, ne cede il diritto di copia al social network, come da contratto. Una bolla di sapone, quindi, che ha fatto scatenare già milioni di utenti, convinti che con un semplice post in bacheca si possano proteggere i propri “segreti”.

26 maggio 2013

E' UN PENSIERO DI UNA NOSTRA E VOSTRA CARISSIMA AMICA DI FACEBOOK E TWITTER

E'  UN PENSIERO DI UNA NOSTRA CARISSIMA E VOSTRA AMICA DI FACEBOOK E TWITTER  


E SOLO UN PENSIERO DI UNA GRANDISSIMA AMICA  

E' solo un pensiero.....St­iamo tutti attraversando un periodo difficile e sapere che ci siamo gli uni per gli altri significa davvero molto. Io ci sono! Abbiamo bisogno tutti di intenzioni positive, adesso. Se non vedo il vostro nome, capirò. Vorrei chiedere gentilmente a tutti i miei amici, di dovunque siano, di copiare e incollare questo status per un'ora e dare così ...un momento di sostegno a tutti quelli che hanno problemi di famiglia, di salute, di lavoro, preoccupazioni di ogni genere e che hanno bisogno di sapere che a qualcuno interessa di loro. Fatelo per tutti noi, perché nessuno è immune. Spero di vederlo sui "muri" di tutti i miei amici , anche per semplice sostegno morale. So che qualcuno lo farà! Io l'ho fatto per un amico e voi potete fare lo stesso. Copia e incolla questo testo, senza usare condividi. 
                                          




è un pensiero molto gradito da noi e spero che lo apprezzate anche voi dandogli retta che risparmiando un giorno una colazione fatta al bar può aiutarci nel reale a fare ciò che lei e noi desideriamo realizzare visto che le richieste c'è ne sono giunte parecchie !!! Grazie di cuore dallo staff                                                                                                                            




POLIZIOTTO PER UN MINUTO IL REGALO DELL'AGENTE AL BIMBO DOWN

Poliziotto per un minuto: il regalo dell'agente al bimbo down che vale una vita 

ROMA - La storia di Danilo, un bambino di 8 anni con la sindrome di Down e la passione per le forze dell'ordine, ha fatto il giro del web dopo la pubblicazione di una foto sulla pagina Facebook della Questura di Roma, dove in meno di 24 ore ha già raccolto oltre 22mila like, settemila condivisioni e quasi duemila commenti.
Il padre del piccolo Danilo Mantovani ha voluto ringraziare il gesto di alcuni agenti che lo hanno fatto diventare “poliziotto per un minuto”, realizzando un suo grande sogno e ha inviato la foto di suo figlio accompagnata da una semplice lettera:
"Salve mi chiamo Andrea Mantovani. Sono il felice genitore di Danilo, bambino di 8 anni con Sindrome di Down, di Roma.
Volevo portare alla vostra attenzione e ringraziare anche tramite la vostra pagina facebook, il dirigente dell'U.P.G.S.P. di Roma, Giovanni Battista Scali, il quale insieme al Questore ha letto la storia di Danilo.
Vi racconto molto brevemente: il primo maggio scorso io e Danilo eravamo su via dei Fori Imperiali, quando abbiamo incontrato due volanti delle Polizia ferme. Danilo affascinato da tutto quello che è Polizia, Vigili del Fuoco, Carabinieri ecc, ha voluto avvicinarsi e subito i due equipaggi, molto gentilmente, hanno salutato Danilo, mettendosi a scherzare con lui con qualche battuta, era un momento di relax anche per loro, e hanno dedicato alcuni istanti a MIO FIGLIO, al punto che sono scesi ed hanno scattato questa foto. Uno di loro (quello appoggiato allo specchietto) ha fatto un gesto bellissimo (a dir poco) regalando lo stemma delle volanti.... Danilo non era più nella sua pelle... con poco hanno reso un bambino felicissimo... dopo aver inviato email raccontando e ringraziando per quanto accaduto all' ufficio URP della Questura, sono stato contattato telefonicamente dal dr.SCALI, il quale è riuscito a farmi mettere e in contatto, con mia gioia, con due dei quattro poliziotti: Sergio Montesano e Fabrizio Fanelli.. non so i loro gradi....
Sarebbe bello se gli arrivassero dei ringraziamenti magari pubblicando qui anche la loro foto con Danilo, e i miei e vostri ringraziamenti".

Molti anche i commenti da parte degli utenti che seguono la pagina della Questura di Roma, come una madre che scrive: “Ho una bambina con la sindrome anche io....non si puo resistere, sono magnetici, e il fatto che si siano "sciolti" anche dei rappresentanti delle forze dell ordine, la dice lunga su quanto i nostri figli siano speciali. Grazie di cuore per aver condiviso con noi la gioia di Danilo e grazie a quelle brave persone che lo hanno reso possibile”. Qualcuno aggiunge: «Sono ragazzi come noi che rischiano la vita tutti i giorni per pochi euro, lo dico per esperienza personale avendo perso mio cugino nell'attentato di Borsellino, rispettiamo questi ragazzi che valgono anche più di noi». E ancora: «Sotto la divisa batte un cuore grande. Il cuore di chi, prima di essere poliziotto, è uomo e padre». C'è anche chi annuncia di proporre «ai vertici dell' Associazione nazionale carabinieri, da estendere anche alle forze di polizia, di indire minimo una giornata o meglio un fine settimana e dedicarla a quei bambini fantastici».
E alla fine un altro regalo arriva proprio “nascosto” tra un commento e l'altro, ad opera di un'altra agente, Nicoletta Arru: “Aspettiamo Danilo in sala operativa.. lo invitiamo ad una visita ufficiale.. solo per lui!!”.

DIARIO DI UN DRAMMA UCCISE PERCHE DONNE FEMMINICIDIO

Diario di un dramma: uccise perché donne

Uomini violenti, che non accettano l'indipendenza delle proprie sorelle, figlie, compagne. Dall'inizio dell'anno la cronaca italiana ha raccontato già troppi casi di femminicidio  

- Il femminicidio è qualcosa di più dell'assassinio di una persona di sesso femminile, è la condanna senza appello di un comportamento che esula dal tradizionale ruolo della donna. Ci sono uomini che ancora attribuiscono alle donne il dovere di obbedienza assoluta, padri che impongono alle figlie stili di vita che non le rappresentano e sono pronti a sacrificarle in nome di un’insana idea di onore.
Ci sono mariti che ritengono le mogli proprietà esclusive ed ex che, non accettando la fine di un rapporto, sfigurano la donna che dicono di amare perché non sia di nessun altro. Ci sono uomini che credono di poter fare ciò che vogliono con un essere umano solo perché si prostituisce o che si arrogano il diritto di giudicare e punire chi ha un orientamento sessuale ritenuto inaccettabile.
Queste le vicende più eclatanti del 2013, accomunate da ferocia e tragico epilogo. 
MAGGIO
24 maggio 2013, Corigliano Calabro (Cosenza) 
Da subito i carabinieri sospettano di lui, fidanzato della 16enne il cui corpo carbonizzato è stato trovato nelle campagne di Corigliano Calabro. Messo sotto torchio, alla fine il giovane confessa di aver accoltellato Fabiana Luzzi e aver dato fuoco al cadavere.
24 maggio 2013, Guardamiglio (Lodi) 
L’ha aspettata fuori dalla casa dove lei lavorava e trascinata in un giardino pubblico. Questi gli ultimi istanti di vita della rumena Angelica Timis, 35 anni, uccisa a coltellate dall’ex convivente, un italiano che la perseguitava da un anno.

22 maggio 2013, Cadoneghe (Padova)
Uccisa mentre dormiva con un colpo di pistola alla nuca dal marito, un agente di Polizia che poi si è tolto la vita con la stessa arma. Silvana Cassol, 50 anni, sarebbe morta perché lui non accettava le fratture nel loro rapporto.

15 maggio 2013, Palermo
Le hanno trovate stese sul letto: Erika Pechulska aveva ancora un sacchetto di plastica stretto attorno al collo, la coinquilina Micaela Gauril invece era stata accoltellata. Dopo il duplice delitto, l’ex marito di quest’ultima si è gettato sotto un treno.

3 maggio 2013, Roma 
Le ha sparato un colpo alla nuca, poi si è suicidato con la stessa pistola. È finita così la storia della 28enne Chiara Di Vita, uccisa dal marito, una guardia giurata. Il loro unico figlio era a scuola.

2 maggio 2013, RomaAlessandra Iacullo ha 30 anni quando viene trovata sotto il suo motorino in un lago di sangue in una strada alla periferia di Roma. Ad ucciderla sarebbe stato Mario Broccolo, 50enne con cui aveva da poco terminato una storia. L'uomo, che non ha mai accettato la fine della relazione, avrebbe ucciso la giovane per gelosia al culmine di una lite furibonda.
2 maggio 2013, Castagneto Carducci (Livorno)
Ilaria Leone ha solo 19 anni. È stata strangolata a mani nude e abbandonata in un bosco: l’hanno ritrovata svestita e con ecchimosi sul corpo. Ad ucciderla sarebbe stato un senegalese senza permesso di soggiorno, su cui pendeva una procedura di espulsione già avviata. Era conosciuto come persona violenta e con precedenti per lesioni, furto e danneggiamento.


APRILE
18 aprile 2013, Acilia (Roma)
Era stato denunciato tre volte, ma le accuse dell’ex moglie non erano sufficienti. Michela Fioretti è stata assassinata da un uomo che la subissava di minacce. Era una guardia giurata, non gli hanno nemmeno tolto il porto d’armi.

16 aprile 2013, Montebelluna (Treviso)
Dopo la fine della loro storia le aveva pure comprato una pagina di giornale per dirle quanto l’amasse. Ma per Denise Morello, 22 anni, la storia era chiusa. L’ha raggiunta nel parcheggio del supermercato dove lavorava e l’ha freddata con un colpo di pistola, diritto alla nuca. Poi si è tolto la vita.

7 aprile 2013, Marcelli di Numana (Ancona)
Adriana Mihaela Simion si era trasferita dalla Romania, aveva 26 anni e si prostituiva. È stata ritrovata senza vita nel suo appartamento, diverse le ferite da arma da taglio sul corpo.

6 aprile 2013, Cisterna (Latina)
Ventiquattro ore, poi la confessione: era stato lui ad uccidere a coltellate Francesca Di Grazia e Martina Incocciati. Non sopportava più le loro continue richieste di denaro. L’uomo era rispettivamente ex marito e patrigno delle vittime.

1 aprile 2013, Ravenna
È stata ritrovata sul letto della sua abitazione Adela Simona Andro, infermiera di 35 anni. Accanto a lei c’era il marito, che l’aveva appena strangolata.
MARZO
27 marzo 2013, Porto Recanati (Macerata)
La 57enne Anna Maria Gandolfi è stata ritrovata con la testa fracassata: il marito, al culmine di una lite, l’ha spinta facendole sbattere la testa contro un tavolo.

2 marzo 2013, Attimis (Udine)
Denise Fernella Graham, originaria di Antigua, risiedeva da tempo in Italia. È stata la gelosia a scatenare la furia del marito, che l’ha presa a bastonate inferendole un colpo letale alla testa.
FEBBRAIO
27 febbraio 2013, Rieti
Uccisa dal compagno a colpi di mattarello, prima alla testa, poi all’addome. Questa la fine di una 38enne macedone residente a Rieti. Dopo averla uccisa, l’uomo ha avvertito la polizia.

24 febbraio 2013, Budrio (Bologna)
Il litigio, poi l’accoltellamento: Jamila Assafa è morta a causa della furia del marito. L’uomo, marocchino come la vittima, è poi scappato con i figli.

11 febbraio 2013, Napoli
È morta dopo tre giorni di agonia Giuseppina Di Fraia, 52 anni, aggredita dal marito che la investì con l'auto e poi le diede fuoco. L’uomo non ha fornito alcun alibi: sarebbe stato un raptus improvviso.

3 febbraio 2013, Dolianova, (Cagliari)
Il marito prima l’ha colpita con un martello, poi ha tentato il suicidio con il gas. Giuseppina Boi, di 87 anni, è stata ritrovata dai carabinieri in un lago di sangue.

3 febbraio 2013, Casal di Principe (Caserta)
Olayemi Favour aveva 24 anni, veniva dalla Nigeria e non aveva legami diretti col suo carnefice. Per vendicarsi dell’ex, coinquilina di Olayami, l’uomo ha dato fuoco alla loro abitazione.
GENNAIO
24 gennaio 2013, Vercelli
Domika Xhafa è stata trovata morta in una strada della provincia piemontese. Ad ucciderla il compagno che, costituendosi ai carabinieri, ha raccontato di averla uccisa in seguito a una lite accesa da futili motivi. Lui ha perso la testa, Domika, 47 anni, ha perso la vita.

18 gennaio 2013, Bernareggio (Monza e Brianza)
Antonia Stanghellini, 47enne originaria di Cremona, è morta per mano del’ex marito: aveva ancora le chiavi dell’appartamento della donna, si comportava da padrone in casa sua e non accettava che lei “non gli portasse rispetto”.

17 gennaio 2013, L’Aquila
È stata una vera e propria esecuzione la morte di Boshti Hrjeta, 36 anni. Un solo colpo, vicino all’orecchio, sparato dal padre dei suoi quattro figli. La donna si era rifatta una vita con un nuovo compagno.

SFIGURATA DA UNA MANGANELLATA CONDANNATO IL POLIZIOTTO

Sfigurata da una manganellata: condannato il poliziotto 

Giustizia è fatta!”. Queste le parole pronunciate da Martina Fabbri, la ragazza di soli 24 anni, colpita lo scorso 12 ottobre 2012 da una manganellata da parte di un poliziotto, durante i tafferugli davanti alla sede bolognese di Bankitalia.A causa di questa terribile manganellata la ragazza perse ben 4 denti. In queste ore è arrivata la notizia della condanna per il poliziotto del Reparto mobile di Bologna, Pasquale Bonofiglio, accusato di lesioni gravi per aver colpito con una manganellata una giovane manifestante di un collettivo. L’uomo dovrà scontare una pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione. Il Gip, inoltre, ha stabilito che la ragazza dovrà essere risarcita con 20 mila euro.

MASSACRATA DI BOTTE DAL FIDANZATO DICE VOGLIO TORNARE CON LUI

Massacrata di botte dal fidanzato dice: “Voglio tornare con lui” 

Casi come quello che stiamo per raccontarvi meritano una grande attenzione e soprattutto i diretti interessati meritano di essere aiutati da chi di dovere. La storia riguarda un ennesimo caso di violenza contro le donne, e vede protagonista una ragazza di soli 20 anni, che qualche giorno fa è stata selvaggiamente picchiata dal suo fidanzata, il quale l’ha mandata in ospedale con tanto di milza rotta.
La protagonista è Rosaria Aprea, che qualche anno fa ha partecipato al celebre concorso di bellezza, Miss Italia. La ragazza arrivata in ospedale a Caserta in condizioni a dir poco pessime è stata subito sottoposta ad un intervento chirurgico dove le hanno asportato la milza.
L’artefice di questo terribile gesto è stato il suo compagno Antonio Caliendo, in carcere con l’accusa di tentato omicidio, con il quale Rosaria ha un figlio. Piano piano le condizioni della ragazza migliorano, ma in queste ore sono arrivate una serie di dichiarazioni a dir poco choc, fatte dalla ragazza, la quale in un’intervista rilasciata al Corriere del Mezzogiorno, ha dichiarato che è intenzionata a perdondare il compagno che l’ha ridotta in questo stato e a tornare con lui.

ARABIA CHOC 5 UOMINI DECAPITATI ED ESPOSTI IN PUBBILCO

Arabia choc: 5 uomini decapitati ed esposti in pubblico – Foto 

Una foto a dir poco choc ha fatto in queste ore il giro del web. Su Twitter qualche giorno fa un uomo ha pubblicato una foto di cinque persone decapitate ed esposte in pubblico in Arabia Saudita.
La notizia è stata data dall’agenzia di stampa Spa: 5 yemeniti sono stati decapitati in quanto avevano formato una vera e propria banda armata in Arabia Saudita, compiendo numerose rapine ed omicidi.
I cinque quando sono tati fermati dalla Polizia, sono subito stati posti al processo sommario e la pena che è stata adottata per loro è stata quella della decapitazione. In seguito all’esecuzione, i cinque corpi sono stati esposti in pubblico per diverse ore appesi da un palo di legno, retto da due gru. Un’immaggine raccapriccinate che mostra ancora i segni di una forte involuzione e una violenza inaudita.

COSENZA RAGAZZINA DI 16 ANNI UCCISA E BRUCIATA DAL FIDANZATO

Cosenza choc: ragazzina di 16 anni uccisa e bruciata dal fidanzato 

Un cadavere carbonizzato è stato trovato qualche ore fa dalla Polizia in una campagna di Corigliano Calabro, nel Cosentino. Si tratta di una ragazzina di appena 16 anni, Fabiana Luzzi, la quale era sparita da casa venerdì pomeriggio e da quel momento in poi non vi era più tornata.
Le Forze dell’Ordine in queste ore hanno messo sotto torchio il fidanzato di Fabiana, il quale nella mattinata ha confessato di essere stato l’autore di questo brutale gesto.
Il ragazzino, ha confessato al Pm, che dopo un’accesa lite con Fabiana, le ha sferrato diverse coltellate, uccidendola sul colpo. In seguito, ha dato fuoco al suo corpo. In seguito, è stato lo stesso ragazzo ad indicare alla Polizia il luogo dove si trovava la ragazzina uccisa carbonizzata.
Sul suo corpo sono state riscontrate diverse ferite procurate da un’arma da taglio, ma il coltello del delitto ancora non è stato trovato. Venerdì pomeriggio, il ragazzo, si era recato in ospedale con delle ferite sul volto. Ai Carabinieri, che nel frattempo avevano ricevuto la denuncia della ragazza scomparsa, aveva dichiarato di essere stato coinvolto in una lite, ma non aveva voluto fornire ulteriori spiegazioni. Motivo per il quale, le Forze dell’Ordine lo hanno tenuto sotto-torchio e sottoposto ad un lungo interrogatorio, dove alla fine il ragazzo è crollato.
Tra i due la storia d’amore non andava benissimo: c’èerano numeroi alti e bassi, e pare che lui fosse molto geloso. Sembra essere stato proprio questo il motivo che l’ha portato a compiere questo brutale assassinio. Sotto choc i genitori della povera Fabiana.

25 maggio 2013

LA STORIA DI SERENA E DEL PARROCO CHE LE DISSE ..

La storia di Serena e del parroco che le disse “come fai a soffrire per una cosa accaduta tempo fa?” 

Serena è all’inizio di un percorso e forse ancora non sa quanto davvero sia stata importante la sua testimonianza che state per leggere. Importante per mille altre “Serena” che stanno là fuori, ma soprattutto per una: lei stessa.
Amici, eccovi Serena....
Inizio col presentarmi sono “Serena”, ho 18 anni, sono di Napoli …
Più volte mi sono chiesta se scriverti fosse la cosa giusta però credo che se la mia storia possa aiutare qualcuno allora è giusto farlo! Sono sempre stata una ragazza solare e allegra, ma dietro il mio sorriso c’è un dolore enorme che porto da anni.
Non ricordo con esattezza quanti anni avessi quando tutto è incominciato perchè ogni giorno cerco di dimenticare qualcosa di quell’accaduto anche se non passa giorno che io non ci pensi.Penso di avere avuto in torno ai 7 anni lui mi prese e mi portò nella sua stanza chiuse la porta a chiave e nascose la chiave. Mi fece mettere sul letto e mi disse giochiamo al dottore? Io non capì ho sempre voluto fare il medico fin da bambina e pensai che volesse farmi fare qualcosa che mi piaceva..invece no! Iniziò a toccarmi ovunque e dopo iniziò a prendere la mia mano e a toccarsi. Cercavo sempre qualche scusa per andare di là ma lui mi costringeva mi teneva talmente stretta…la cosa si ripetette più e più volte fin quando non mi butto sul letto a pancia sotto e iniziò a strusciarsi su di me la cosa che ricordo è che mi dava sempre un pupazzo in mano e mi diceva gioca e perchè non vuoi parlare con me? Poi decise di cambiare “gioco”mi fece sedere, mi bendo e mi disse ora indovina cos è questo io tolsi un attimo la benda e vidi che come al solito si stava abbassando i pantaloni e mi disse però non guardare,e poi iniziò a farsi fare tutto questo andò avanti per anni quando finiva andavo in bagno a lavarmi le mani e lui mi seguiva era la mia ombra ogni volta mi diceva perchè le lavi hai fatto qualcosa di sbagliato? E io ogni volta non sapevo che dire poi andavamo dai nostri genitori e facevamo finta che non fosse successo niente. Ogni volta era la stessa storia mi diceva che ero bella e non dovevo dire niente a nessuno ed io pensavo ma perchè mi fa del male io gli voglio bene è mio cugino (tra l’altro era molto più grande di me).Per anni ho tenuto tutto dentro giurando a me stessa di portare questo segreto con me nella tomba ogni volta che lo vedevo dovevo far finta di niente e ogni occasione era buona per toccarmi. Mi rendo conto che sto cadendo in depressione vorrei stare sempre da sola e non far niente. Sono andata da una psicologa perchè ero al limite cercando risposte e per la prima volta sono andata da un parroco e gli ho detto tutto e sai che mi ha detto …come fai a soffrire per una cosa successa anni fa??? Come si fa a dire questo??? Sto male non riesco a fidarmi veramente di nessuno,fino a poco tempo fa se qualche ragazzo mi si avvicinava iniziavo a sudare freddo ed ad andare nel panico, ho sempre l’ansia per tutto, non dormo mai serena, ho sempre il terrore che lui faccia qualcosa con altre ragazze. Sono arrivata al punto di pensare che fosse colpa mia, a non mangiare o a mangiare tantissimo credendo che ingrassando nessun ragazzo si avvicinasse a me, sono arrivata a rimettere, ad avere paura di tutto. Fino a ringraziare il cielo che fosse successo a me invece che ad altra gente perchè ho pensato magari che io fossi più forte di altre bimbe ,e che quindi era meglio che soffrissi io anzicchè altra gente.La mia storia non è solo questa ci sono tante cose ancora e che non riguardano solo lui che vorrei dirti. Mi scuso se magari la mia lettera è molto lunga e forse ti toglierà del tempo per altre cose, però ti prego di aiutarmi nessuno sa che ti ho scritto e vorrei che nessuno lo sapesse so che aiuti tanta gente ti prego se puoi di aiutare anche me…Con affetto……

GRASSO IN ITALIA CE' UN PROBLEMA DI RESPONSABILITÀ ONLINE

Grasso: in Italia c'è un problema di responsabilità, online 

Credo sia il caso di fare un po' di chiarezza in merito a quanto si è letto e scritto dopo le mie parole sul tema della rete: non è mai stata mia intenzione auspicare in alcun modo interventi che limitino la libertà, non ho mai invocato censure, bavagli o “leggi speciali” come da più parti è stato scritto.
Il mio accenno sulla necessità di una “volontà internazionale” si basa sulla mia esperienza passata: da Procuratore nazionale antimafia ho più volte provato la frustrazione di veder bloccate indagini importanti e ribadito quanto sia necessario procedere con accordi internazionali per facilitare, in caso di reati acclarati, l'individuazione dei colpevoli. Deve valere per internet quanto vale, ad esempio, per il mondo finanziario: come siamo chiamati a contrastare i “paradisi fiscali” e il segreto bancario in caso di reati economici dobbiamo contrastare i “paradisi virtuali” dove risiedono server che non consentono la rintracciabilità, o la rendono estremamente difficile, di chi ha commesso crimini perseguibili dal nostro ordinamento. Questo per far procedere le indagini su reati come, ad esempio, le minacce alla presidente della Camera o l'hackeraggio e la diffusione delle mail personali di parlamentari del Movimento 5 stelle.
Per quanto riguarda invece la violenza verbale, l'insulto, la minaccia, capisco e condivido la preoccupazione di chi vede nelle "regole da mettere alla rete", la paura che tali limitazioni siano usate per limitare la libertà di espressione e di opinione politica. Ma questo non deve impedire ad uno stato di difendere i propri cittadini dall'insulto, dal razzismo o dalle minacce. Per tentare di trovare un difficile punto di equilibrio, come mi è stato suggerito da Guido Scorza sul suo blog, faccio mie le parole che, su questo argomento, ha espresso il Relatore Speciale delle Nazioni Unite per la promozione e tutela della libertà di opinione e di espressione, Frank La Rue:
"le leggi per combattere espressioni di violenza, odio ed intolleranza (il cosiddetto "hate speech") devono essere attentamente analizzate ed applicate da parte della magistratura, così come deve essere evitata l'eccessiva limitazione di modi di espressione legittimi. Allo stesso tempo, mentre le leggi sono certamente necessarie e rappresentano una componente importante per affrontare la violenza verbale, queste dovrebbero essere integrate da misure politiche il più ampie possibili per ottenere cambiamenti reali nella mentalità, nella percezione e nelle argomentazioni della persone".
Alla tutela della libertà dobbiamo affiancare anche un dibattito approfondito e sereno sulla responsabilità di ciascuno. Per contrastare questa triste deriva non servono norme ulteriori, bastano l'informazione e l'educazione. Siamo sempre cittadini e ci rivolgiamo ad altri cittadini anche quando pubblichiamo un post, un commento, un tweet.
Vista l'importanza che tutti riconosciamo alla rete credo che possiamo concordare sul fatto che della rete si faccia un uso pienamente consapevole.

RAGAZZA 18 ENNE RISCHIA 15 ANNI PER SESSO CON AMICA DI 14 ANNI

Usa. Ragazza diciottenne rischia 15 anni per sesso con amica di 14 anni 

ST. PETERSBURG, STATI UNITI – Kaitlyn Hunt, una ragazza diciottene della Florida che ha suscitato uno scalpore internazionale per aver avuto una relazione sessuale con un’amica di 14 anni ha rifiutato di accettare un plea-bargain, un accordo giudiziario, offertogli dal procuratore dello stato che invece del processo l’avrebbe incolpata di reati sessuali non gravi e condannata a due anni di arresti domiciliari. Ma Kaitlyn ha respito la proposta del rocuratore sostenendo di non aver fatto nulla di male.
Avendo rifiutato la proposta, in base all’ordinamento giudiziario della Florida Kaitlyn sarà processata il 20 giugno e potrebbe essere condannata a 15 anni di prigione per aver fatto sesso con una minore. A difesa della ragazza ha preso posizione l’American Civil Liberties Union (ACLU) pubblicando un comunicato in cui condanna il procedimento dello stato ce incolpa la Hunt ”per un comportamento che è alquanto innocuo e estremamente comune”.
Charles Sullivan, l’avvocato della famiglia dell’amica della Hunt, ha dichiarato dal canto suo che la questione non è se Kaitlyn ha ricevuto un trattamento ingiusto. ”La legge proibisce chiaramente ai minori di avere rapporti sessuali con adulti. Il consenso del minore non è rilevante, nè dovrebbe esserlo. Questo è il messaggio in questo caso – ha detto Sullivan – ovvero che un crimine è stato commesso e che viene perseguito”.
Kaitlyn, che è stata espulsa dalla Sebastian River High School che frequentava assieme all’amica, ha ricevuto messaggi di sostegno da tutto il mondo, finanche dall’Australia e dalla Nuova Zelanda.

LAURA BOLDRINI BISOGNA DIFENDERE LE DONNE ANCHE SUL WEB

Laura Boldrini: "Bisogna difendere le donne anche sul web" 

"Grazie per la solidarietà. Mai parlato di anarchia o nuova legge per web. Obiettivo è arginare la violenza contro le donne, anche in rete". Lo ha scritto la presidente della Camera, Laura Boldrini, su Twitter all'indomani dalla diffusione della notizia delle frequenti minacce che riceve quotidianamente attraverso il web. "Nell'intervista intendevo aprire un confronto sulla violenza contro le donne, che si manifesta anche attraverso internet. Un raffronto può servire. La pedopornografia, in rete, è seguita e perseguita con attenzione e preoccupazione. Quello che di sconcio accade contro le donne è, invece, spesso sottovalutato e ridotto a goliardata machista. E' un problema che deve riguardare tutti. Sono certa - conclude Boldrini - che saprà condividerlo anche chi ha giustamente a cuore la libertà della rete".
GLI STATI GENERALI IN DIFESA DELLE DONNE

"Il femminicidio è un fenomeno inaccettabile", ha detto il ministro per le Pari Opportunità, Josefa Idem. ai microfoni del tg3. "Perciò intendiamo costituire un osservatorio nazionale che studi la violenza di genere per capire meglio che fenomeno dobbiamo combattere". Una task force per contrastare gli abusi sulle donne. Che vede in prima linea tre ministeri:  aPari Opportunità, Giustizia e Interni. Anche il ministro per l'integrazione, Cecile Kyenge ha dichiarato: "Bisogna ricordare che nel 2012 sono state uccise 150 donne. E' necessario promuovere una legge contro la violenza sulle donne e le politiche di genere. Serve un cambio culturale".
LAURA BOLDRINI MINACCIATA DI MORTE OGNI GIORNO
Il presidente della Camera Laura Boldrini ha reso note le molte minacce, anche di morte, e gli insulti che ha ricevuto da quando è stata eletta, e discute i temi dell’invasione nelle vite dei personaggi pubblici e dei loro familiari, dell’aggressività violenta contro le donne e delle minacce su internet su cui dice si debba aprire una discussione, “se vogliamo cominciare a pensare alla Rete come un luogo reale”. "Non ho paura, ma sulla Rete si costruiscono campagne d'odio e di violenza contro le donne, serve una legge", spiega Boldrini.
AGGRESSIONI SESSISTE

"Quando una donna riveste incarichi pubblici si scatena contro di lei l'aggressione sessista - afferma Boldrini -  che sia apparentemente innocua o violenta assume sempre la forma di minaccia sessuale, con un lessico che parla di umiliazioni e di sottomissioni. Non bisogna più avere paura di dire che è una cultura sotterranea in qualche forma condivisa. Un'emergenza, in Italia. Perché le donne muoiono per mano degli uomini ogni giorno, ed è in fondo sempre considerata una fatalità, un incidente, un raptus. se questo accade è anche perché chi poteva farlo non ha mai sollevato con vitore il tema al livello più alto, quello istituzionale. Facciamolo, finalmente".
L'ANTISEMITISMO E L'ASSOCIAZIONE A DELINQUERE VIA WEB

Gli attacchi Laura Boldrini sono aumentati dopo la sua visita alla comunità ebraica, il 12 aprile scorso. In quell'occasione, incontrando i dirigenti della comunità, ha parlato della necessità di "ripristinare il rigore della legge Mancino" a proposito dell'incitamento al razzismo e all'odio razziale su web. È infatti dell'8 aprile la sentenza di condanna dei quattro gestori di Stormfront, sito web neonazista, condannati per antisemitismo. È la prima sentenza che riconosce un'associazione a delinquere via web: a quella si richiamava Boldrini nel suo discorso alla comunità. Da quel giorno è partita la valanga. Il sito "Tutti i crimini degli immigrati" associa il volto del presidente della Camera alle notizie di reati commessi da cittadini stranieri. "Resistenza Nazionale", "Fronte Nazionale", "MultiKulti" e altri indirizzi web diffondono. Poi i fotomontaggi, e le minacce.

CAROLINA SI E' TOLTA LA VITA PER QUEI VIDEO SI FACEBOOK

"Carolina si è tolta la vita
per quei video su Facebook"

Indagati sei cyber-bulli. Novara, i pm: umiliata a14 anni dall'ex fidanzato egli amici   

NOVARA -  Pensavano di essere spiritosi, non si rendevano conto che umiliandola su Facebook la stavano uccidendo. Carolina Picchio, 14 anni, la sera del 5 gennaio scorso ha deciso di lasciarsi cadere dal terzo piano di casa perché stanca di essere derisa dal gruppo di amici che qualche settimana prima aveva postato un filmato che la ritraeva ubriaca e in loro totale balìa. Una morte su cui ora indagano due procure: quella di Novara, che ha aperto un'inchiesta su Facebook per diffusione di materiale pedopornografico, e quella dei Minori di Torino, che ha iscritto sei ragazzi (quattro di 15 anni, uno di 14 e uno di 13) tra cui l'ex fidanzatino di Carolina, nel registro degli indagati con accuse pesantissime. Per l'ex della giovane, che ha 14 anni, il pm Valentina Sellaroli ha ipotizzato il reato di "morte come conseguenza di altro reato". Gli altri cinque sono invece accusati di violenza sessuale di gruppo e diffusione di materiale pedopornografico, ma uno di loro condivide la stessa accusa mossa all'ex fidanzato.
Il magistrato ha ordinato il sequestro dei loro iPhone, affidati agli esperti del Politecnico di Torino perché ritrovino il filmato postato su Facebook e cancellato dopo la morte della ragazza. Di certo la tragedia di Carolina nasce e si sviluppa tutta sui social network. L'inchiesta prende l'avvio dai tweet che la mattina dopo il suicidio della quattordicenne rivelano le umiliazioni patite dall'ex fidanzato e dai suoi amici. "Guardate che Carolina si è suicidata per colpa di chi la sfotteva" scrive il
6 gennaio Djstrought. In poche ore arrivano 2600 messaggi che confermano quell'accusa. Nella cameretta di Carolina gli investigatori trovano poi biglietti senza data ma dal significato eloquente. Uno è indirizzato a Talita, una delle due sorelle: "Mi dispiace, non è colpa di papà ma non ce la faccio più a sopportare". L'altro, all'ex fidanzato: "Non ti basta quello che mi hai fatto? Me l'hai già fatto pagare troppe volte ".
Frammenti di una storia di amore e rabbia che il procuratore capo di Novara, Francesco Saluzzo, ricostruisce con pazienza. Per capire il tragico salto dalla finestra del terzo piano, il magistrato deve tornare indietro nel tempo. A giugno, Carolina lascia Oleggio, il paesino dove vive con Leite Colla, la madre brasiliana, per trasferirsi nel quartiere Sant'Agabio, il Bronx di Novara, a casa del padre, Paolo Picchio, un tempo dirigente della De Agostini, un uomo che la vita continua a maltrattare. Unico sopravvissuto con un fratello all'incidente mortale in cui sono scomparsi i genitori e altri due fratelli, ha già visto morire un figlio e la prima moglie. In più ha già perso il posto per una torbida storia di ammanchi. Carolina va a vivere con lui, ma continua a studiare a Romentino, vicino a Novara. Nel frattempo conosce un ragazzo, ma ai primi di novembre la storia è già finita e lo lascia.
Lui non accetta quel rifiuto. "Probabilmente le ha fatto terra bruciata con il resto della compagnia" azzarda l'avvocato Roberto Picchio, zio di Carolina. Il 12 novembre la ragazza è a una festa. L'ex fidanzato non c'è, ma ci sono i suoi cinque amici. Carolina beve sino a ubriacarsi. I cinque la mettono in mezzo, la raggiungono in bagno dove lei sta vomitando. Le fanno proposte oscene, approfittano del suo stordimento. E filmano tutto con il cellulare. Il video è su Facebook poche ore dopo. E per Carolina è l'inizio del calvario. La sera del 5 gennaio il padre l'accompagna ai giardini dove si ritrova la compagnia. Potrebbe tornare a casa a mezzanotte, ma dopo venti minuti telefona al padre perché la vada a prendere. Si chiude in camera. Paolo Picchio crede che stia studiando, lo svegliano i carabinieri: "Sua figlia dov'è?". Lui indica la stanza di Carolina, ma quando entra trova solo una finestra aperta. Ora i sei piccoli aguzzini hanno un nome. "Sapere che cosa le hanno fatto  -  dice Leite Colla, la madre  -  è come riaprire un ferita che non si era ancora chiusa.